Maestro Arsegino de Padua: Quadrige. Edición crítica, traducción y comentario a cargo de Eduardo Serrano (= Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini d'Italia; 69), Firenze: SISMEL. Edizioni del Galluzzo 2024, VI + 330 S., ISBN 978-88-9290-219-0, EUR 68,00
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A Eduardo Serrano, specialista in retorica latina medievale e già esperto di artes predicandi, si deve l'editio princeps delle Quadrige di Arsegino da Padova, importante trattato di ars dictaminis della prima metà del tredicesimo secolo (1217). Pubblicata nella prestigiosa collana "Edizione Nazionale dei Testi Mediolatini d'Italia" delle Edizioni del Galluzzo, che da anni rivolge un meritorio interesse alla pubblicazione delle artes dictaminis italiane, troppo a lungo neglette dai cantieri della filologia mediolatina, l'opera si inserisce a pieno titolo nel canone retorico duecentesco, in particolare nel campo delle artes di tradizione comunale e universitaria nord-italiana.
Nonostante la scarsità di informazioni biografiche su Arsegino - pur accuratamente ricostruite da Serrano sulla scorta degli studi di Paolo Marangon -, è infatti possibile collocare con sicurezza le Quadrige nel contesto padovano dei primi decenni del Duecento. Attestato come magister e notaio a Padova in diversi documenti d'archivio, Arsegino deve aver compiuto i suoi studi a Bologna o, più verosimilmente, presso lo Studium vicentino, attivo dal 1204 al 1209 in seguito a un esodo di studenti e maestri bolognesi; dopo gli studi, prestando le sue competenze retorico-notarili nei ranghi del comune patavino, ha probabilmente insegnato allo stesso tempo grammatica e retorica in una scuola laica, in uno dei centri di insegnamento anteriori alla creazione dello Studium cittadino nel 1222. Eloquenti indizi al riguardo sono offerti dal prologo stesso delle Quadrige, il cui sapere è presentato dall'autore come un'allegorica scientiole lucerna da offrire ai parvuli che abbiano richiesto di cibarsi del "pane" della retorica; in questo senso l'esplicita indicazione proemiale, come sottolinea Serrano, si rivela preziosa per gettare nuova luce sulle modalità ancora poco note dell'apprendistato retorico a Padova nel periodo precedente alla fondazione dell'università (l'opera, come si legge nel colophon di uno dei testimoni, è infatti datata al 1217).
Il titolo delle Quadrige segue il gusto allegorico-sapienziale dei coevi trattati nord-italiani (si pensi al Candelabrum di Bene da Firenze o al Cedrus Libani di Bono da Lucca): come il carro di fuoco che permise ad Elia di ascendere al cielo, le quattro "ruote" dell'opera di Arsegino assicurano ai suoi lettori un accesso privilegiato all'iniziazione retorica e all'onore che ne deriva. Il trattato, dopo il prologo, si divide non a caso in quattro sezioni (inventio, dispositio, correctio e adornatio), le allegoriche ruote del carro di Elia che rappresentano i principia dictatorie facultatis; al riguardo non si può ignorare, come ricorda lo stesso Serrano, l'implicito parallelismo con il prologo dei sermoni di sant'Antonio di Padova, la cui materia è introdotta dalla medesima analogia biblica, che evoca la suggestiva ipotesi di un contatto intellettuale tra i due concittadini.
Per quanto la materia dottrinale delle Quadrige provenga in larga parte dalla coeva trattatistica primoduecentesca - soprattutto dalla Palma di Boncompagno e dalla Summa de arte dictandi di Maestro Goffredo -, l'opera non manca di elementi originali, come l'inedita introduzione del concetto di inventio o la moltiplicazione tipologica del dictamen prosaicum, che arriva a includere ben tredici species testuali. Tra queste sembra significativo menzionare la presenza della profezia (I 13), connessa per la prima volta all'alveo della normativa retorica, ulteriore segno del carattere "egemonico" - per usare una definizione ormai classica di Benoît Grévin - del dictamen duecentesco, che assorbe, modella e codifica qualsiasi tipologia di composizione scritta, dal privilegium al testamentum fino alla stessa prophetia, a prescindere dal suo pubblico e dai suoi obiettivi. L'opera di Arsegino, nonostante lo spazio privilegiato concesso al genere epistolare, tende quindi a una trattazione 'totale' della prosa, eguagliando in questo aspetto la grandezza teoretica di un Bene da Firenze o di un Boncompagno - ragione che rende ulteriore merito al lavoro di Serrano.
Sebbene rivolte implicitamente a un pubblico di specialisti dell'ars dictaminis, le Quadrige possono offrirsi in questo senso come uno strumento utile a diversi rami della medievistica, poiché nel loro spazio si intersecano saperi trasversali, che forniscono prospettive nuove sull'idea medievale di testo, sulla circolazione delle conoscenze in contesto comunale, sulle interazioni tra scrittura e rapporti sociali, sull'autoconsapevolezza e le funzioni del magister.
Sul piano filologico, il panorama della tradizione manoscritta e le conseguenti scelte ecdotiche sono poi oggetto di un denso commento posto alla fine dell'introduzione. Le Quadrige sono trasmesse in modo integrale da un testimone padovano del Quattrocento (Padova, Biblioteca Universitaria, ms. 1182), mentre il ms. Napoli, Biblioteca Nazionale, IV E 42 ne conserva solo quattro fogli, pesantemente deteriorati. L'edizione è stata condotta dunque sull'esemplare padovano, che presenta tuttavia diversi errori dovuti a un'evidente negligenza del copista; le lezioni aberranti del testo di base sono state così corrette, per i passaggi paralleli, con le lezioni del codice napoletano. Delle relazioni tra i testimoni si dà inoltre conto in una dettagliata tabula collationis, che giustifica le scelte testuali e, in molti casi, la necessaria emendatio a fronte di lezioni irricevibili in entrambi i codici.
Particolarmente apprezzabile risulta poi la scelta di offrire una traduzione completa dell'opera in lingua spagnola, per allargarne l'orizzonte di ricezione al pubblico non latinista e, allo stesso tempo, per facilitarne la fruizione anche agli specialisti della latinità.
L'unico 'errore' - se così si può definire - dell'edizione di Serrano è un malinteso dovuto a una lacuna degli studi colmata solo negli ultimi mesi, in un momento successivo alla pubblicazione del libro. Un recentissimo articolo di Benoît Grévin e Marie Tranchant presenta infatti la scoperta della più antica versione dell'Ars dictandi del cardinale Tommaso di Capua (ca. 1209) in un testimone gallese [1], che riporta un passaggio inedito sulla composizione della salutatio, assente nell'edizione dell'opera [2] e riscontrabile finora solo nelle Quadrige di Arsegino. Il fatto che la lacuna testuale della versione più diffusa dell'Ars dictandi sia colmata proprio dalle Quadrige ha condotto Serrano a postdatare il trattatello del capuano agli anni '20 (contro gli assunti della prima editrice) e a immaginare una fonte comune alle due opere. La recente scoperta del testimone gallese conferma, in realtà, la cronologia alta dell'opera di Tommaso di Capua, mentre la fruizione - diretta o indiretta - della sua versione più antica da parte di Arsegino sembra suggerirne una circolazione precoce in area italiana. Questo minimo equivoco, senza nulla togliere all'elevata qualità scientifica del lavoro di Serrano, si configura anzi come un ulteriore motivo di discussione e di arricchimento nella comunità dei mediolatinisti, che con l'edizione delle Quadrige possiedono un nuovo, prezioso strumento di studio e di ricerca.
Note:
[1] Marie Tranchant / Benoît Grévin: La première version de l'ars dictandi de Thomas de Capoue (c. 1209). Étude préliminaire du texte du ms. Aberystwyth, National Library of Wales, Peniarth 390 C, fol. 8r-11v, in: Archivum Latinitatis Medii Aevi 81 (2024-2025), 229-286.
[2] Emmy Heller: Die Ars dictandi des Thomas von Capua. Kritisch erläuterte Edition (Sitzungsberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften, philosophisch-historische Klasse, 1928/29, 4), Heidelberg 1929.
Sofia Santosuosso